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Una luna chiamata Europa

  • Uscita:
  • Durata: 123min.
  • Regia: Kornél Mundruczó
  • Cast: Merab Ninidze, Jéger Zsombor, György Cserhalmi, Móni Balsai, András Bálint, Tamás Szabó Kimmel, Farid Larbi, Lajos Valázsik, Peter Haumann, Peter Haumann, Brigitta Egyed, Máté Mészáros, Brigitta Egyed, Szabolcs Bede-Fazekas, Ákos Birkás, Lajos Valázsik, Sándor Terhes, Ákos Birkás, Sándor Terhes, Judit Meszlery, Peter Haumann, Imola Rácz, Judit Meszlery, Zsolt Nagy, Anita Tóth, Imola Rácz, Zoltán Mucsi, Ákos Birkás, David Yengibarian, Anita Tóth, Enikö Mihalik, David Yengibarian, Sándor Terhes, Tamás Szabó Kimmel, Enikö Mihalik, Lajos Valázsik, Brigitta Egyed, Judit Meszlery, Enikö Mihalik, Anita Tóth, Imola Rácz, David Yengibarian
  • Prodotto nel: 2017 da GÁBOR TÉNI, ESZTER GYÁRFÁS, JÚLIA BERKES, JUDIT SÓS PER PROTON CINEMA KFT., IN COPRODUZIONE CON MATCH FACTORY PRODUCTIONS, KNM, ZDF/ARTE, CHIMNEY
  • Distribuito da: MOVIES INSPIRED (2018)

TRAMA

Aryan viene ferito mentre cerca di attraversare illegalmente la frontiera ungherese. Sopravvissuto, il ragazzo scopre che ha ricevuto in dono la capacità di levitare. Rinchiuso in un campo di rifugiati, riesce a scappare con l'aiuto del dottor Stern che vuole sfruttarne lo straordinario potere.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Quando la metafora, la provocazione, l’idea geniale (?) e i virtuosismi smaccati si impossessano di un film è la volta buona che il film abbia più di qualche cosa che non va. Non sfugge a questa logica Jupiter’s Moon di Kornél Mundruczó, che già con il precedente White God aveva dato segnali in questa direzione. Allora vinse in Un Certain Regard di Cannes, stavolta (nel 2017) è stato in gara per la Palma d’Oro. Al centro c’è sempre la sua Ungheria, allora erano i cani a rivoltarsi contro l’uomo, stavolta sono gli uomini a non comprendere la portata di un nuovo messaggio divino. Sì, perché dapprima spiegando con tanto di didascalia il perché di questo titolo (uno dei satelliti di Giove si chiama Europa, e alcuni studi non hanno escluso la possibilità ci siano condizioni di vita abitabile…), chiaro rimando al nostro Continente e alla situazione politica attuale in termini di accoglienza, Mundruczó sembra posseduto dal fuoco esibizionistico che tutto asfissia e nulla lascia all’immaginazione. Ed è un enorme paradosso, considerando che il film ruota intorno alla figura di Aryan (Zsombor Jéger), immigrato siriano che non appena oltrepassa illegalmente i confini dell’Ungheria viene crivellato di colpi. Miracolosamente illeso, scopre di poter levitare. A sfruttare questo superpotere, però, sarà un medico caduto in disgrazia, il dottor Stern (Merab Ninidze), che inizierà a fare i soldi portando il ragazzo ad “esibirsi” per i suoi pazienti. Ma Aryan (ariano…) resta pur sempre un clandestino, e il poliziotto che gli ha sparato la prima volta non ha smesso di cercarlo. Strutturato come un action-thriller e gestito dal primo all’ultimo minuto attraverso la cifra dell’effetto, del sensazionalistico, Jupiter’s Moon vorrebbe farci riflettere su molte cose ma si antepone ad ogni tentativo di riflessione beandosi di ogni singolo movimento di macchina, specchiandosi nei tecnicismi, pensando sempre di stupire, sorprendere, ma fondamentalmente rimanendo schiavo di se stesso. Illudendosi di poter volare, restando però ancorato ad un filo. Come un palloncino.

  • Corriere della Sera

    Chi l'ha detto che trovare un qualche significato metaforico basti a fare di un film un capolavoro? La tentazione dev'essere venuta al regista ungherese Kornél Mundruczó che ha risposto ai muri alzati dal suo Paese contro i migranti con 'Jupiter's Moon', un film tanto ambizioso (e metaforico) quanto non riuscito. (...) I due incrociano tutto il peggio dell'Ungheria: poliziotti violenti, medici senz'anima, ricchi egoisti, oltre a una corruzione endemica. Per non farsi mancare niente ci mette anche dei terroristi arabi che si fanno esplodere in metropolitana, ma senza mai trovare uno stile capace di governare questa materia, che pencola tra scene da esportazione (un inseguimento automobilistico) e prediche ricattatorie. Un vero pasticcio.

  • Il Messaggero

    Il messaggio è chiaro: i profughi non sono il nemico, ma la salvezza da una realtà che pare già distopia, che un inferno di luci forti, violenza, di persone sempre di corsa, sudate, stremate. Lo sperduto angelo-profugo di 'Jupiter's Moon' e il medico fuggono, si nascondono, intascano soldi, ma il loro obiettivo rimane lontano. Anche quello del film, affogato dalle ambizioni, da uno stile nervoso che sfinisce più dell'ossessione mistica. Non bastano il messaggio, e una Budapest ricalcata sulla L.A. di 'Blade Runner', per evitare il disastro.

  • Il Manifesto

    Film sui rifugiati, sperimentazione, poliziesco, perfino certi elementi buffoneschi che farebbero pensare agli ultimi film di Jancsó. (...) Un film condotto con vera maestria anche negli spiazzamenti, nei cambiamenti di tono, ottovolante del cinema. Ci sarà anche chi non vorrà salire per paura delle ripide discese.

  • Il Giornale

    Costruito come una sorta di parabola, 'Jupiter's Moon' si perde per strada, senza un vero perché: il dono angelico di Aryan non spicca mai veramente il volo, il cinismo ateo di Stem è ripetitivo e il suo volersi riscattare lascia il tempo che trova. Gli attori hanno belle facce segnate, qui e là ci sono dialoghi efficaci, la brutalità della polizia ha il suo contraltare nello stragismo fondamentalista, e insomma il film manca di un centro. Il titolo rimanda ai satelliti e agli oceani nascosti di quel pianeta, ma più che una metafora resta un enigma.

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